Matteo RivaVIEW PROFILE →
La grande inondazione: quando il 44% della musica caricata ogni giorno è generata dall'AI
Decine di migliaia di brani artificiali invadono ogni giorno le piattaforme, alimentando frodi milionarie e diluendo i compensi degli artisti veri. Tra cause legali, bot e badge di autenticità, l'industria musicale combatte per non annegare nel rumore.
La musica generata dall'intelligenza artificiale non è più una curiosità futuristica: è diventata un'onda che rischia di sommergere le piattaforme di streaming. I numeri diffusi nel 2026 hanno il sapore di uno spartiacque e impongono una domanda scomoda a tutta l'industria: cosa succede quando le macchine producono canzoni più in fretta di quanto gli esseri umani possano ascoltarle?
Il dato più impressionante arriva da Deezer, che ha reso pubbliche cifre da capogiro. Sulla sua piattaforma, circa il 44% dei nuovi brani caricati è generato dall'AI, per un totale di circa 75.000 tracce artificiali al giorno. Per capire la velocità del fenomeno basti pensare che a gennaio 2025 erano circa 10.000 al giorno: una crescita di sette volte e mezza in appena quindici mesi.
La frode dietro il diluvio

Dietro questa marea non c'è solo creatività artificiale, ma un vero e proprio schema di frode. Secondo Deezer, ben l'85% degli ascolti dei brani AI sulla sua piattaforma viene segnalato come fraudolento e demonetizzato. In altre parole, la maggior parte di questa musica non nasce per essere ascoltata da persone reali, ma per ingannare gli algoritmi e drenare denaro dal sistema.
Il caso più clamoroso ha avuto per protagonista Michael Smith, negli Stati Uniti, autore della prima frode penale legata allo streaming musicale con l'AI. Smith aveva generato centinaia di migliaia di canzoni artificiali e schierato circa 10.000 bot per riprodurle miliardi di volte su Spotify, Apple Music, Amazon Music e YouTube Music, sottraendo oltre 8 milioni di dollari di royalty agli artisti reali tra il 2017 e il 2024.
Perché gli artisti veri ci rimettono
Il vero danno per i musicisti in carne e ossa è economico e sottile. Il compenso dello streaming funziona come una torta di dimensioni sostanzialmente fisse, alimentata dagli abbonamenti degli utenti. Ogni volta che un brano reclama una fetta di quegli ascolti, la porzione che resta per tutti gli altri si riduce. Riversare milioni di tracce artificiali nel sistema significa quindi assottigliare i compensi di chi fa musica per mestiere.
A questo si aggiunge il problema della visibilità. In un oceano di brani prodotti in serie, diventa sempre più difficile per un artista emergente, magari italiano e di nicchia, farsi notare. Il rumore di fondo generato dall'AI rischia di soffocare proprio quelle voci nuove e autentiche che dovrebbero rappresentare il futuro della musica.
La battaglia legale delle etichette
Le major discografiche hanno reagito su più fronti, a partire dai tribunali. Warner Music Group ha raggiunto un accordo con la piattaforma di generazione musicale Suno nel novembre 2025, mentre Universal Music Group ha fatto lo stesso con Udio nell'ottobre 2025. Sony Music, invece, non ha siglato alcun accordo e continua a spingere entrambe le cause verso il processo, scegliendo la linea dura.
Questi contenziosi ruotano attorno a una questione decisiva: con quali dati sono stati addestrati i modelli di intelligenza artificiale. Se un sistema impara a comporre studiando milioni di canzoni protette da copyright senza autorizzazione, il confine tra innovazione tecnologica e violazione dei diritti diventa il vero campo di battaglia legale ed etico dei prossimi anni.
Le contromisure delle piattaforme
Sul piano pratico, le piattaforme corrono ai ripari. Spotify ha introdotto un badge di verifica per gli artisti non-AI, Deezer non paga alcuna royalty su ciò che viene segnalato come artificiale, e sia YouTube sia Spotify demonetizzano questi contenuti. L'obiettivo è duplice: proteggere i compensi dei creatori reali e restituire agli ascoltatori la fiducia in ciò che ascoltano.
Ma la sfida è enorme, perché la tecnologia è ormai indistinguibile. Uno studio condotto da Deezer e Ipsos su 9.000 persone in otto Paesi ha rivelato che il 97% degli ascoltatori non è in grado di distinguere in modo affidabile un brano interamente generato dall'AI da uno creato da un essere umano. Se l'orecchio non basta più, l'etichetta e la tracciabilità diventano indispensabili.
La domanda di fondo non è se l'AI abbia un posto nella musica, perché ormai ce l'ha, ma a quali condizioni. Serve trasparenza su cosa è artificiale, regole chiare sui dati di addestramento e meccanismi che proteggano il compenso di chi crea. Altrimenti il rischio è che la musica, resa infinita e quasi gratuita dalle macchine, finisca per non valere più nulla proprio per chi la fa con talento e fatica.






